La risata è una delle poche cose che accomuna tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura o dalla lingua. Ma perché ridiamo? Gli scienziati la chiamano “teoria dell’incongruenza”: il cervello ride quando percepisce uno scarto tra ciò che si aspetta e ciò che invece accade. In pratica, il nostro cervello è un bullo che ride delle proprie aspettative deluse. E non siamo soli: anche i ratti, i cani e i grandi primati emettono qualcosa di sorprendentemente simile alla risata quando giocano. I ratti, in particolare, producono ultrasuoni a 50 kHz durante il gioco — una scoperta che, ammettiamolo, cambia un po’ il modo in cui guardiamo ai topi di laboratorio. Nel corso della storia, l’umorismo si è evoluto insieme alla società: gli Antichi Romani, per esempio, erano ghiotti di barzellette sui difetti fisici, sulle mogli fedifrague e sui liberti arricchiti. Il “Philogelos”, una raccolta di barzellette greche e romane del IV secolo d.C., è considerato il più antico libro di umorismo della storia — e alcune battute sono ancora oggi sorprendentemente attuali. Insomma, ridere è umano, stratificato, persino filosofico. E allora, senza ulteriori preamboli accademici, passiamo a qualcosa di decisamente meno filosofico ma altrettanto necessario.
La barzelletta del pappagallo maleducato
Un addestratore di pappagalli è esasperato: ha tra le mani il caso più difficile della sua carriera. Il suo pappagallo ha un pessimo carattere, non obbedisce, dice continuamente parolacce e insulti, e per finire gli fa pure le pernacchie. Un pappagallo maleducato nel senso più assoluto del termine.
L’addestratore prova tutto: gli ripete frasi gentili per ore, gli fa ascoltare alla radio i programmi più educativi, gli mette musica sinfonica per calmarlo… niente da fare. Il pappagallo è irremovibile nella sua maleducazione, anzi sembra quasi compiaciuto di sé stesso.
Finché un giorno l’addestratore perde completamente la pazienza e decide di dargli una bella lezione: lo prende e lo chiude in frigorifero. Il pappagallo inizia a strillare, a gridare, a schiamazzare con tutto il fiato che ha… poi, improvvisamente, silenzio totale.
L’addestratore, in preda al panico, teme di aver esagerato. Apre subito la porta del frigo. Il pappagallo lo guarda, tutto intirizzito, e con una voce stranamente composta gli dice:
“Caro padrone, ti chiedo sinceramente scusa per il mio comportamento poco rispettoso. D’ora in poi mi comporterò sempre bene e ti ascolterò. Ma… posso farti una domanda?”
L’addestratore, sollevato, annuisce.
“Quel pollo spennato che ho visto in basso a destra… cosa ca**lo ti aveva fatto?”
Perché questa barzelletta fa ridere
Il meccanismo comico qui è doppio e funziona benissimo. La prima parte costruisce una svolta apparentemente positiva: il pappagallo sembra aver imparato la lezione, è diventato educato, quasi commovente. Il lettore abbassa la guardia.
Poi arriva il colpo di scena: la domanda finale rivela che il pappagallo non ha affatto cambiato mentalità — ha semplicemente aggiornato le proprie priorità. L’ironia sta nel fatto che la sua unica preoccupazione, dopo l’esperienza traumatica del frigo, non è diventare migliore: è capire cosa avesse combinato il pollo per finire lì dentro spennato. La maleducazione, in fondo, era solo la punta dell’iceberg di un carattere pragmaticamente cinico — e questo lo rende, paradossalmente, quasi simpatico.
